I libri decidono
Nick Tosches, l’editing e l’onestà della scrittura
E se fossero i libri a decidere, e non noi?
Se fossero loro a stabilire le regole, dal primo momento in cui li prendiamo in mano.
Se fossero gli autori a decidere e noi, lettori, a ubbidire?
Da tempo ho l’impressione che vada così. Il percorso che ci conduce ai libri dipende solo in parte dalla nostra volontà. Dagli scaffali della mia libreria li sento confabulare. Mi accorgo di piccoli movimenti, tutti in avanti, come a voler cadere. Non ne vogliono sapere di rimanere lì, impilati a prendere polvere. Reclamano attenzioni. Rivogliono l’occhio che li ha rimessi in vita, la mano che li ha accarezzati, la pressione della grafite che li ha segnati per sempre.
Non siamo fatti per rimanere chiusi, dicono. Si muovono, sfacciati e impazienti. Alcuni non conoscono quiete.
Sono arrivato a Nick Tosches attraverso Hubert Selby Jr.. I loro libri hanno sempre dialogato. Quando nel 2019, all’età di 69 anni, Tosches è morto per complicazioni dovute al diabete, Selby ha scritto: «i miei santi sono sempre venuti dall’inferno e ora non ho più un santo da venerare».
«L’oscurità», diceva Tosches, «è un’alleata preziosa, ma finisce per divorare coloro che si servono di lei».
Era uno scrittore capace di muoversi tra biografia e romanzo. Nick Tosches aveva uno stile alto, nervoso, impastato di Faulkner, scritti biblici e lingua di strada. Nei suoi libri puttane, gangster e perdenti hanno la stessa dignità: ovvero nessuna.
Cresciuto nel bar del padre, da autodidatta ha studiato il greco, il latino, l’italiano medievale. Un uomo coltissimo, uno scrittore visionario, un eccellente critico musicale. Il rock’n’roll e il blues scorrevano nelle sue vene come un unico impasto. A questo proposito se la giocava con Lester Bangs, altro maledetto della critica musicale.
La mano di Dante è forse il suo romanzo più riuscito. Un libro «divertente, profondo, poetico, pieno di sentimenti e di spazzatura». La storia si sviluppa su due piani temporali. Da una parte uno scrittore in mal arnese di nome Nick Tosches, esperto di Dante, viene reclutato da un boss mafioso per autenticare una possibile versione originale della Divina Commedia. Dall’altra lo stesso Dante Alighieri, che non riesce a procedere con la stesura della Commedia.
Un libro intriso di inferno e di paradiso, pieno di maledizioni e benedizioni.
Io l’ho comprato nel 2004, quando è uscito in Italia nella traduzione di Fabio Zucchella, e da allora ogni tanto, soprattutto per lavoro, ci torno. E come sempre Tosches non la manda a dire a nessuno. I suoi esempi e riferimenti sono sempre alti, ma il suo sguardo è dal basso, i piedi per terra, il corpo tra la gente.
Nel libro, attraverso la voce del personaggio che porta il suo nome, Tosches parla anche di editoria, di scrittori, di editing, di potere e di libertà. Per lui i più grandi editor, in qualche modo, non fanno editing. L’editing, quello vero – dice –, non è intervento, ma sottrazione, protezione, fiducia. Non è una posizione comune, né particolarmente spendibile.
Più in profondità, Tosches arriva a dire che è stato risparmiato per un motivo, che Dio lo ha tenuto in vita per trasmettere agli altri, attraverso la scrittura, il dono che aveva ricevuto: «la consapevolezza che tutti gli istanti e tutti i respiri che ci vengono concessi sono un’immensa benedizione…», e che la libertà coincide con un’onestà assoluta, quella stessa onestà che la paura tende a strozzare dentro di noi. Da lì nasce anche un giuramento silenzioso: scrivere solo ciò che vale, non aggiungere parole false o inutili, non moderare né censurare la propria voce, accettando persino l’oblio come prezzo possibile, se questo è il costo della libertà.
Tutto il resto gli appare come un rumore di fondo. Nel Vangelo di Tommaso, ci ricorda poche righe più avanti, c’è scritto: «Quando voi dovrete mostrare quello che possedete dentro di voi, ciò che avrete vi salverà».



